ZAFFERANO

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Iridacea coltivata largamente in Abruzzo e in Sardegna; la coltura potrebbe essere effettuata vantaggiosamente nelle Marche in zone di alta collina e di montagna, ma fino ad oggi è rimasta limitata a piccolissime superfici.

Si riproduce per mezzo dei bulbo-tuberi e viene coltivata come annuale. In montagna, ove lo sfruttamento del terreno non è intensivo, il ciclo della coltura, anziché annuale, può essere poliennale.

Nelle nostre zone di collina lo Zafferano si coltiva come intercalare fra il frumento e una sarchiata estiva dell’anno successivo: i bulbi si tolgono dalla vecchia coltura a fine maggio o ai primi di giugno, quando le foglie cominciano ad appassire; si tengono per circa un mese in locali freschi ed arieggiati ed infine si mettono nuovamente a dimora in terreno di medio impasto, meglio se tendente al leggero.

I bulbi si pongono in solchetti distanti fra loro circa 20 cm (ogni 4-5 solchetti si lascia uno spazio di 70 cm per il passaggio delle raccoglitrici), mettendo un bulbo-tubero ogni 5 cm circa ed in modo che si trovi a circa 10 cm di profondità, si ricopre con terra e, se necessario, si rulla leggermente.

Le cure colturali consistono in alcune scerbature e in una leggera sarchiatura e nitratatura in autunno.

La fioritura avviene in ottobre-novembre e dura in media 2 settimane: i fiori si raccolgono al mattino, non appena scomparsa la rugiada, e si pongono in cesti senza comprimerli.

Segue l’operazione più importante, che consiste nella separazione degli stimmi dal resto del fiore, che è inutilizzabile; questo lavoro richiede un notevolissimo impiego di mano d’opera, che incide fortemente sul costo del prodotto.

L’essiccazione si fa su telaini di garza esposti al calore diretto di un focolare, in modo che essa risulti il più possibile rapida; dopo breve stagionatura in locale asciutto gli stigmi (che debbono essere di un bel colore rosso) vengono posti in recipienti a chiusura ermetica e sono pronti per la vendita.

Lo Zafferano ha numerose applicazioni in medicina, ma il maggior consumo è determinabile dall’uso che se ne fa come condimento (risotto alla milanese, brodetti di pesce, ecc).

Il prezzo dello Zafferano è assai elevato, la resa ad ettaro si aggira sui 7/9 kg/ettaro, ma, le spese per la raccolta dei fiori e per la separazione degli stigmi assorbono una parte notevolissima del reddito.

Nonostante quanto ho detto sopra ritengo che questa coltura sia suscettibile di sviluppo, specie nelle zone montane, ove sono numerose le piccole aziende familiari le quali possono impiegare nei lavori di raccolta e di cernita la mano d’opera che nell’autunno avanzato ha praticamente ben poco lavoro da svolgere nell’ambito del fondo.

Da quanto ci risulta attualmente la coltivazione dello Zafferano viene praticata in Abruzzo.

ZAFFERANONE (CARTHAMUS TINCTORIUS L.) 

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Pianta di origine africana acclimatata nelle Marche da tempo immemorabile e coltivata nella zona costiera per la produzione della droga (costituita dai petali e dagli stami) che è largamente usata come condimento, specie nei “brodetti” di pesce.

La pianta è annuale e si riproduce per semina effettuata direttamente a dimora nel mese di marzo.

La coltivazione è in tutto uguale a quella delle altre piante officinali annuali riprodotte per semina diretta in campo (ad es. Giusquiamo e Santoreggia).

La raccolta si effettua a mano strappando dai calici i petali e gli stami; l’operazione deve essere effettuata di primo mattino, perché poi col caldo i calici si serrano strettamente e rendono pressoché impossibile la raccolta.

L’essiccazione del prodotto si effettua all’ombra, su telaini simili a quelli usati per la Camomilla.

Ho constatato che la raccolta è resa assai difficile dal fatto che gli involucri dei capolini sono muniti di acutissimi aculei che trafiggono continuamente le dita delle raccoglitrici.

Pertanto sarebbe utile la selezione di una varietà di Zafferanone inerme.

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